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Pane e rose

I nostri bambini abbisognano di pane e di rose.

I nostri bambini abbisognano di pane e di rose.

Il pane del corpo che mantiene l’individuo in buona salute fisiologica, e il pane dello spirito che voi chiamate istruzione, acquisizioni, conquiste tecniche; questo è il minimo senza il quale si rischia di non raggiungere l’auspicata salute intellettuale.

Ma ci vogliono anche le rose e non per ragioni di lusso, ma per necessità vitale.

Io guardo il mio cane. Bisogna certamente dargli da mangiare e da bere perché non abbia fame e non allunghi disperatamente la lingua, ma esso ha più bisogno ancora di una carezza del padrone, di una parola di simpatia e, a volte, di una semplice parola; di quell’affetto che gli dà il sentimento della casa, che vorrebbe grandissima e che lo lega al mondo in cui vive; di correre nella macchia e soltanto di abbaiare a lungo al chiar di luna per sentire risuonare la sua voce ripercuotersi armoniosamente nell’universo.

I vostri bambini hanno bisogno di pane, del pane del corpo e del pane dello spirito, ma essi hanno ancor più bisogno del vostro sguardo, della vostra voce, del vostro pensiero e della vostra promessa. Hanno bisogno di sentire che hanno trovato in voi e nella vostra scuola quella rispondenza che dà un senso e uno scopo alla loro vita. Essi hanno bisogno di parlare a qualcuno che li ascolti, di scrivere a qualcuno che li legga e li capisca, di produrre qualcosa di utile e di bello che è l’espressione di tutto quello che di generoso e di superiore portano in se stessi.

La nuova intimità che si stabilisce fra il bambino e l’adulto per mezzo del lavoro, il grafismo senza scopo apparente che magnifica la materia o il calore, il testo eternato dalla tipografia, la poesia che è canto dell’anima, il canto che è come un appello dell’essere verso l’affettività che ci supera, è di questo che vive il vostro bambino normalmente nutrito di pane e conoscenza, è questo che lo fa crescere e gli dà un carattere ideale, che apre il suo cuore e il suo spirito. 

La pianta ha bisogno di sole e di cielo azzurro; l’animale non degenerato dall’addomesticamento non sa vivere senza l’aria viva della libertà. Il bambino abbisogna di pane e di rose.

Celestin Freinèt, I detti di Matteo, Una moderna pedagogia del buon senso, La Nuova Italia, 1962
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La scuola va a casa

Inizia così l’ emergenza Coronavirus: da domani giovedì 5 marzo le lezioni sono sospese per quindici giorni. È scritto nel Dpcm 4 marzo 2020.

Alle quattro del pomeriggio mi chiama al telefono la mia collega, che faceva il turno pomeridiano a scuola, per informarmi della chiusura e chiedermi quali materiali dovessero portarsi a casa i bambini vista la lunga assenza prospettata.

Sono rimasta di stucco, non me l’aspettavo, non ero pronta. Non ero pronta a nulla di ciò che sarebbe accaduto da quel momento in poi.

Dopo soli quattro giorni un altro Dpcm 8 marzo 2020 conferma e aumenta le restrizioni, la chiusura delle scuole è oltremodo prorogata sino al giorno 3 del mese di aprile.

Sono seriamente preoccupata. I primi giorni pensavo che la cosa sarebbe stata contenuta e che due settimane sarebbero stato un tempo sufficiente per sanificare tutto e ricominciare da capo, che ingenuità la mia… ora si delineavano sempre più chiare nella mia mente parole come pandemia, distanza, assenza. Ho iniziato ad avere paura della portata di questo evento che stava travolgendo il mondo, che potevo fare?

Pensavo ai miei bambini (è così che li sento) a casa, certo protetti dai loro genitori, ma chissà quante domande, quanti pensieri, quante paure avevano. Sento anche la responsabilità di dover fare qualcosa per raggiungerli, fargli sentire la mia vicinanza, e provare anche a mantenere un contatto nonostante tutto. Voglio incoraggiarli e far sapere loro che le maestre gli vogliono bene.

Mi consulto con alcuni genitori e decido di fare una ricognizione per conoscere le dotazioni informatiche familiari e la presenza di una connessione in casa, ma anche la disponibilità ad aiutare i bambini nel caso ci fosse il bisogno. Le risposte arrivano velocemente, sono tutte positive e decido di aprire una classe virtuale sulla piattaforma Edmodo, una piattaforma di e-learning che fornisce un ambiente operativo sicuro e semplice da utilizzare. A distanza di una settimana dalla chiusura abbiamo la classe virtuale, possiamo sentirci più vicini come se fossimo in classe… come se.

Niente però è come prima. Io non posso essere la maestra che sono sempre stata e non posso entrare nelle case e nelle vite dei bambini facendo finta di essere in classe. Devo riorganizzare tutto il mio fare scuola senza rinunciare ai principi di cooperazione e condivisione che da sempre porto avanti con determinata convinzione. Questo è il proposito, ma la realtà ?

Come faccio a fare un testo collettivo? Come si fa a progettare insieme il lavoro della settimana? Come si fa a dare uno stimolo per scrivere su un certo argomento? Come faccio a correggere un compito senza la presenza dell’autore? Come si fa? Non lo so.

Ci penso, ci ripenso, ci penso giorno e notte. La prima settimana di distanziamento sociale e chiusura in casa è stato un tuffo nel lavoro con un ritmo insostenibile, dovevo immaginare tutto, dovevo prevedere le reazioni dei bambini a questo cambiamento ed essere pronta a rispondere, dovevo esserci per loro, per dare una parvenza di normalità a una situazione che si stava profilando drammatica.

Istintivamente ho pensato che fargli trovare il mio “buongiorno” quotidiano nella home della classe virtuale a significare: ci sono, ci siamo!

È diventato un rito, lo faccio trovare ai bambini tutti i giorni, certe volte mando loro l’immagine di un quadro, altre un link per ascoltare una musica, altre ancora un giochino linguistico e alcune volte scrivo dei chiarimenti sulle cose che andremo a fare, o sugli orari degli incontri live.

Questo è stato soltanto l’inizio. Ne scriverò ancora.

Ajò

La nostra aula è vuota

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges